Intervista a Padre Stefano Zanolini. di Camilla Baresani
Dal 2017, padre Stefano Zanolini è abate della comunità monastica cistercense di Chiaravalle milanese, fondata nel 1135 da un gruppo di monaci dell’abbazia di Clairvaux, in Borgogna, inviati da San Bernardo a Milano per fondare una nuova abbazia. L’elezione di padre Zanolini, scelta dalla comunità di Chiaravalle, ha segnato un momento storico nelle vicende secolari del monastero cistercense. Era dalla soppressione delle comunità monastiche, decretata da Napoleone nel 1798, che Chiaravalle non eleggeva il proprio abate.
Solo nel 1952, grazie al cardinale Ildefonso Schuster, la comunità cistercense dell’abbazia venne ripristinata. Una rinascita spirituale e culturale che riconciliava Milano con le proprie radici monastiche e anche agricole. Nel ’52, per fondare e guidare la comunità, arrivò dalla congregazione cistercense di Casamari (in provincia di Frosinone) l’abate Giuseppe Rosavini, accompagnato da due monaci. Rosavini è dunque stato il primo abate di Chiaravalle, dopo 154 anni di assenza dei monaci. Tuttavia, la sua nomina ad abate della congregazione era avvenuta a Roma.
Padre Zanolini, invece, è stato eletto dalla comunità stessa di Chiaravalle, comunità di cui faceva parte dal 1981 e di cui nel 2011 era divenuto priore-amministratore. In seguito, padre Zanolini è anche divenuto abate-preside della congregazione di San Bernardo in Italia, di cui Chiaravalle è la sede. Inoltre, è vicepresidente della Fondazione Grana Padano ETS, che ha sede presso l’abbazia.
Padre Zanolini, prima di farsi monaco lei è stato parroco. Come mai ha poi scelto la vita comunitaria?
In effetti, ho iniziato come prete. Per tre anni sono stato viceparroco a Bovezzo, vicino a Brescia. Dapprima, la dimensione monastica per me non esisteva, non faceva parte del mio tessuto culturale e religioso. Poi, in seminario, studiando teologia e storia della Chiesa, ho incontrato le vicende del monachesimo. E da lì è iniziata la curiosità. Ci sono ancora? Chi sono, cosa fanno, cosa vogliono? E la curiosità è diventata sempre più consistente, fino a portarmi, dopo tre anni dall’ordinazione, a decidere di cambiare. Avevo capito che la vita monastica mi calza.
Prima di approdare a Chiaravalle, dove ha vissuto?
Ho conosciuto un paio di comunità in Italia, un paio all’estero, in Francia, ma solo per periodi brevi.
La Regola di San Bernardo e delle abbazie cistercensi venne fondata sull’Ora et labora benedettino, con una particolare valorizzazione della ricerca del divino attraverso il silenzio e il lavoro umile, manuale: non solo scriptorium e preghiera ma bonifiche, dissodamenti, edilizia, cioè tutto quanto è utile per rendere le comunità autonome, autosufficienti. Mille anni più tardi come è evoluta quella Regola?
Quello che è rimasto è il valore del lavoro, che ha evidentemente assunto dimensioni molto diversificate. Ai tempi di Bernardo il lavoro cosa era? Allevamento delle mucche e delle pecore e lavoro nei campi. E poi esportare comunità, quindi bonificare aree e costruire monasteri. Oggi, grazie a Dio, non dobbiamo più bonificare, se mai c’è da restaurare.
Bisogna trovare un’attività da svolgere, perché questo fa parte della Regola. I monasteri devono avere attività remunerative e dobbiamo guadagnarci il pane, come ogni persona sulla faccia della terra. A seconda delle comunità, a seconda di dove si trovano, a seconda della loro storia, è rimasta la dimensione lavorativa. C’è ancora chi lavora alla terra, chi fa il formaggio, chi fa la birra, chi gestisce tre o quattro parrocchie, chi, per esempio, ha un lavoro di educazione nelle scuole. Quindi, a seconda delle epoche e delle vicende storiche, il lavoro ha preso un connotato che, almeno per metà dell’Ordine, è ancora un lavoro agricolo, ma molto diversificato. Penso ai confratelli del Vietnam che hanno coltivazioni di riso e allevamenti di maiali e altre attività tipiche del territorio. Penso ai confratelli dell’Austria, della Germania, della Polonia, dove pur svolgendo attività manuali sono fondamentalmente occupati in collegi, scuole, parrocchie.
Quale è il compito dell’abate?
L’abate è il responsabile di tutto quello che avviene nel monastero. Si fa aiutare dai confratelli nel governo della vita quotidiana. E deve aiutare i monaci a crescere secondo umanità e spiritualità, seguendo la Regola e il Vangelo.
Come si svolge, secondo la Regola, la giornata dei monaci?
La giornata è organizzata intorno all’occupazione principale, che è la preghiera, la lode a Dio. Ci sono diversi momenti di preghiera: alle 4 e 20, alle 6, alle 8, alle 12 e 15, alle 2 e 30, alle 18 e 30, alle 20 e 15. La preghiera è la parte della giornata a cui il monaco dedica maggior tempo. Poi c’è il lavoro, dalle 9 alle 12 e dalle 3 alle 5 e mezza.
La sala capitolare è il luogo più importante dopo la chiesa. Ogni giorno vi viene letto un capitolo della Regola di San Benedetto, e si parla della gestione della vita ordinaria, con un confronto e un ragionamento sull’applicazione della Regola.
Riguardo al lavoro, a Chiaravalle, di cosa vi occupate?
Siamo costituiti in azienda agricola. Quindi, l’orto, un pochino di frutteto, le galline, il laboratorio dove produciamo sale aromatico, sughi, pangrattato, bruschette, marmellate… Per noi, la dimensione lavorativa è in questo ambito, cui va sommato il lavoro di pulizia, di cucina, di lavanderia. Sono attività che non danno un guadagno, però ci mettono nelle condizioni di non perdere. Abbiamo tre o quattro dipendenti tra azienda agricola, bottega e ristoro, perché inevitabilmente non possiamo far fronte a tutto. C’è poi l’attività di Koinè, una grande cooperativa che collabora con noi, e gestisce l’infopoint, le guide, le visite, l’accoglienza delle scuole. Quindi, la nostra dimensione è quella di lavorare e dare lavoro.
Ogni tanto torna al suo paese d’origine, nel bresciano, a Verolanuova?
Pochissimo. Ho un fratello che abita ancora lì, e una sorella che abita vicino, a Rudiano. I miei legami sono ormai qui. Vivo a Chiaravalle dal 1981. Quando sono arrivato eravamo una trentina di monaci con un’età media di 35/40 anni. Attorno agli anni Novanta, ho avuto una parentesi di 18/19 anni in altri monasteri, 13 anni a Roma a San Bernardo alle Terme, dove siamo andati in aiuto della comunità che era costituita solo da tre anziani, e poi alcuni anni all’abbazia di Chiaravalle di Fiastra, in provincia di Macerata. Ma noi monaci facciamo voto di stabilità, e un voto è una cosa seria e impegnativa. La stabilità esclude a livello di principio il trasferimento. San Benedetto non chiede né voto di castità né di povertà. Nella nostra carta di professione abbiamo invece stabilità e conversione del proprio modo di vita e obbedienza secondo la Regola. La stabilità è una realtà tipica del mondo monastico. Faccio un paragone. Questo è il tuo abito? Sì. Cioè: hai intuito, hai provato, ti sta bene, ti calza? Una volta che lo indossi, è quello.
Nel XII secolo, l’interpretazione cistercense della Regola di San Benedetto nacque come reazione allo stile di vita dei monaci di Cluny, i cluniacensi.
Veniva percepita una deriva di Cluny, dovuta non solo alla indubbia ricchezza del monastero, che a forza di donazioni era divenuto quasi un impero, ma a un eccesso di preghiera. La dimensione di preghiera era stata potenziata in modo spropositato, compromettendo il lavoro. La chiesa abbaziale di Cluny, ai tempi, era grande come San Pietro, e la sua architettura esprimeva la potenza di Dio attraverso la bellezza, la ricchezza dei decori e delle strutture. I nostri fondatori pensavano: “Niente da dire su questo. Ma il Signore è morto nudo in croce, come la mettiamo?”. Così, nel 1097, Roberto di Molesme, con Alberico e Stefano Harding, fondò Citeaux – da cui cistercense -. Il loro proposito, e quello di San Bernardo, non era quello di creare un’altra regola, ma di praticare un’osservanza più stretta della Regola di San Benedetto.
Ci può fare un esempio di queste libertà interpretative rispetto alla Regola originale di San Benedetto, che risaliva agli anni attorno al 530?
Faccio un esempio concreto. Nella Regola di Benedetto ci sono i bambini. Venivano offerti al monastero, e nel monastero venivano istruiti. Il monastero, di fatto, diventava anche un collegio. I nostri fondatori invece hanno deciso di non occuparsi dell’educazione dei bambini. Quindi, osservanti della Regola ma non in modo letterale, bensì con spirito libero, secondo il loro ideale di vita monastica.
Oggi le vocazioni che direzione prendono? Si formano più monaci o preti?
La crisi vocazionale investe l’uno e l’altro mondo, ma è più appariscente nel mondo dei preti. Nel mondo monastico c’è crisi, però ci sono anche delle condizioni diverse, perché il monastero possa andare avanti. Mi spiego. Nella diocesi di Milano in 4 hanno iniziato il percorso per diventare preti. In una diocesi che conta 5 milioni di persone. Bisogna vedere se questi 4 arriveranno tutti al termine, così come speriamo. Intanto, qui nel monastero di Chiaravalle abbiamo un novizio e un altro che ha fatto professione temporanea. Negli ultimi 12/13 anni sono arrivate 3 vocazioni. In definitiva, sentiamo la crisi, però in una modalità non così forte come nel mondo clericale.
Nella comunità di Chiaravalle ci sono anche monaci di origine straniera?
Sì, abbiamo un coreano, che è cittadino italiano, e un messicano. Hanno iniziato il percorso per il monachesimo in Corea e in Messico, poi non è stato loro possibile proseguire nei monasteri d’origine, e sono arrivati qui.
Con i confratelli più anziani e malati come vi comportate? Restano a vivere in monastero?
Quando un monaco invecchia, quando si ammala, quando magari sviluppa una malattia come la demenza senile, se non necessita un’assistenza clinica continua resta qui, in casa. Fa parte della stabilità.
Avete dei televisori?
Da qualche parte c’è un televisore, ma deve avere delle ragnatele enormi.
Come vi arrivano le informazioni, le notizie? Ho visto che nel refettorio c’era una copia del Corriere della Sera.
Durante i pasti, dopo la preghiera, leggiamo degli articoli. Ma le notizie arrivano anche sul telefonino, oppure le troviamo sul computer. Bisogna considerare che oggi si vive con il cellulare in mano, non è una realtà che si possa combattere. Ogni tanto dico ai confratelli di fare attenzione perché può diventare una dipendenza. Per esempio, negli atti comuni, quando siamo in comunità non voglio vedere telefoni. Non dico che bisogna buttarli via. Ma ci vuole una disciplina.
Quanto ai giornali, dal Corriere o l’Avvenire e anche altri, leggiamo magari un paio di notizie principali durante la mensa, ma poi restano lì, a disposizione per chi voglia leggere anche altro. Insomma, i monaci vivono nel mondo e sono pienamente consapevoli di tutto quello che succede.
Tra le varie congregazioni cistercensi, quale sta meglio?
La vietnamita. È nata solo negli anni Trenta del secolo scorso, ed è quindi una comunità recente. Ha conosciuto uno sviluppo impetuoso. Tra monaci e monache sono in 1250. Ci sono monasteri dove vivono 100, 150 monaci. Il Vietnam è la congregazione più giovane, più in salute, con più vocazioni.
E tra Francia, Italia, Germania, Spagna, Austria, che sono un po’ le culle del monachesimo?
Qui siamo a livello di sopravvivenza. Ci sono ancora monaci che entrano a far parte delle comunità, ma a livello di Europa la situazione più dinamica è a est, per esempio in Polonia e Ungheria, dove le nuove vocazioni sono più consistenti.
La zona del Parco agricolo sud, tra il Corvetto e Chiaravalle, ha avere una vocazione all’accoglienza.
Certamente. Qui a Chiaravalle c’è una casa dove vivono minori arrivati in Italia non accompagnati, bambini con malattie sia psicologiche sia fisiche. Una bella realtà Poi c’è Nocetum, un luogo di spiritualità cristiana e casa di accoglienza per donne e per i loro figli in situazione di fragilità sociale. Ci sono fattorie didattiche dove si pratica ippoterapia. C’è il depuratore di Nosedo, ci sono insomma molte strutture con cui collaboriamo, ognuno nella propria specificità. Se ci chiedono di pregare per qualche situazione di difficoltà noi lo facciamo. Collaboriamo da qualche anno con il carcere di Opera e abbiamo carcerati in semilibertà che ci frequentano. In questo territorio, nel rispetto delle diverse identità, c’è armonia.
Dopo la soppressione napoleonica degli ordini monastici, quali oggetti del patrimonio di Chiaravalle sono stati trasferiti altrove?
Il “Cristo alla colonna” dell’abbazia di Chiaravalle, attribuito a Bramante, è esposto a Brera e ormai appartiene alla Pinacoteca fin dalla sua fondazione, nel 1809. Anche la “Croce di Chiaravalle”, un capolavoro di oreficeria romanica è stato portato via nel 1797, e dal 2016 è esposta nel Museo del Duomo. Poi, all’Archivio di Stato sono custodite circa 2mila pergamene del nostro scriptorium.
Va detto che la nostra comunità, sin dall’inizio, si è specializzata nei lavori agricoli, nella produzione del foraggio. Nel nostro monastero la produzione amanuense era finalizzata a quello che serviva nella quotidianità: libri liturgici, copie della Regola e altri codici.
Quando nel 1861, per far passare la linea ferroviaria Milano-Pavia, sono state demolite parti significative del complesso monastico di Chiaravalle, non è intervenuto nessuno in difesa degli edifici storici?
Purtroppo, a quel punto la comunità monastica non esisteva più. In alcuni edifici del monastero abitavano famiglie di braccianti, che evidentemente avevano interessi diversi da quelli della salvaguardia degli edifici storici. Così, vennero demoliti il chiostro del Bramante, i locali del noviziato, il dormitorio, la casa dell’abate, parte delle cappelle cimiteriali e parte della sala capitolare.
