La storia di Chiaravalle raccontata nell’affresco dei Fiammenghini

Chi erano i visitatori del monastero di Chiaravalle tra il XII e il XVIII secolo? Di sicuro qualche monaco cistercense di altre abbazie, solitamente per scambio di informazioni costruttive, colturali, produttive e, ovviamente, spirituali; poi novizi, cioè giovani che desideravano entrare a far parte dell’ordine passando il resto della vita a Chiaravalle; non mancavano oblati e conversi, ossia uomini liberi che, per inclinazione religiosa o per povertà, chiedevano di vivere nel monastero dedicandosi a quei lavori perlopiù manuali necessari alla sussistenza della comunità; passavano certamente pellegrini, cui l’abbazia offriva riposo e ristoro; venivano in visita nobili e signori locali, magari benefattori dell’abbazia a cui donavano terre e risorse in cambio di preghiere, di suffragi e anche di consolidamento del proprio prestigio sociale; ecclesiastici, in genere vescovi che raggiungevano il monastero per ispezioni e celebrazioni o semplicemente per dialogare con l’abate o con i monaci.

 

E così per secoli, un via vai di visitatori continuo, dalla fondazione di Chiaravalle nel 1135 fino al 1798, quando la soppressione degli ordini religiosi voluta da Napoleone costrinse i monaci a lasciare l’abbazia. Ma da dove arrivava questo flusso di visite, quale tragitto portava a Chiaravalle? Per intuirlo, basta osservare la controfacciata della chiesa abbaziale. È decorata da un affresco dei fratelli Giovan Battista e Giovan Mauro Della Rovere, detti “i Fiammenghini” per via del padre, un fiammingo di Anversa. Questo affresco, il primo di un ciclo che prosegue sulle pareti della chiesa, fu commissionato nel 1613 dall’abate Bizzozzero, in contrasto con i dettami di Bernardo che, cinque secoli prima, aveva proibito decorazioni e cicli pittorici nelle abbazie cistercensi, come reazione all’iperdecorativismo e alla ricchezza di Cluny, e per tornare a uno stile di vita monacale improntato alla purezza, alla povertà, alla concentrazione sulla preghiera e sul lavoro. L’intento dell’abate Bizzozzero, che inevitabilmente seguiva la politica religiosa del proprio tempo, ossia quella del Concilio di Trento, era di illustrare ai fedeli la vita dei santi tramite immagini sacre di facile comprensione.

L’affresco dei Fiammenghini mette in scena l’arrivo di Bernardo a Milano nel 1134. Nella rappresentazione abbiamo al centro della scena la Chiesa romana, rappresentata da una figura maschile vestita di bianco e circondata da angioletti; in ginocchio c’è l’antipapa, sconfitto grazie all’intervento di Bernardo; accanto a lui, i milanesi scismatici che si sono ricreduti. A destra della controfacciata c’è invece il nobile Manfredo Archinto che, a nome della città, offre a San Bernardo un modellino della chiesa di Chiaravalle: in pratica, gli consegna in dono terreni da bonificare e, probabilmente, anche i mezzi per costruire l’abbazia; attorno ai due, vediamo un gruppo di cittadini milanesi entusiasti, che vorrebbe Bernardo vescovo della città. Archinto e i fedeli, vestiti con abiti nobiliari del Seicento, sono raffigurati fuori dalla città, in una zona rurale ma non distanti da Porta Romana. Dalla porta si imboccava la strada per Roma, che poi si connetteva alla via Francigena nella zona di Pavia. Tutta la scena è ambientata in campagna. Nell’affresco, Milano è in alto e sulla destra, circondata da mura. A sinistra, invece, in primo piano, è dipinto un gruppo di operosi muratori intenti a edificare l’abbazia. Sullo sfondo, sono rappresentati due miracoli attribuiti a Bernardo durante il soggiorno milanese: la guarigione di un bambino e l’esorcismo di una povera indemoniata.

I prati, un bosco, colline in lontananza completano l’affresco che ci mostra una Milano che, seppure miniaturizzata nella composizione del disegno, ai tempi dei Fiammenghini era ancora molto popolosa. Possiamo supporre che all’inizio del XVII secolo vi abitassero tra i cento e i centocinquantamila abitanti, tre o quattro volte tanto quelli che vi abitavano nel 1100, ai tempi della fondazione di Chiaravalle. Nemmeno vent’anni dopo la realizzazione dell’affresco, ci sarà lo sterminio della peste del 1630, che dimezzò la popolazione milanese e distrusse l’economia della città. La stessa epidemia descritta nelle cronache coeve di Giuseppe Ripamonti e poi raccontata due secoli più tardi da Alessandro Manzoni in La storia della colonna infame e nei Promessi sposi.

Tornando alle scene dipinte sulla controfacciata della chiesa di Chiaravalle indicano come quei monaci, novizi, pellegrini, milanesi devoti, oblati, conversi, nobili, ecclesiastici che raggiungevano l’abbazia passassero perlopiù da Porta Romana. Le mura dipinte nell’affresco sono quelle spagnole costruite nel XVI secolo, e non quelle dei tempi di san Bernardo, mura medievali più interne che seguivano il tracciato dei Navigli.

Benché l’affresco dei Fiammenghini preceda la catastrofica epidemia di peste del 1630, al tempo in cui veniva dipinto la vita dei milanesi era comunque peggiore di quella dei secoli precedenti. La peste era stata preceduta e poi seguita da anni di carestie: una serie di cattivi raccolti causati da siccità e gelate; la guerra dei Trent’anni che aveva coinvolto anche il territorio milanese causando distruzioni, saccheggi e interruzione dei commerci; una serie di speculazioni commerciali sulle scorte di grano che avevano reso inaccessibile il cibo ai più poveri. Come dimostrato da una recente ricerca compiuta sui corpi seppelliti tra il 1637 e il 1697 nel Sepolcreto che si trovava sotto lo Spedale dei Poveri (fondato da Francesco Sforza nel 1456), l’analisi delle ossa e delle dentature dei milanesi più poveri indica la fame di cui avevano sofferto. Nelle ossa ci sono spore di equiseto, un’erba usata per pulire i tegami. Fonti storiche facevano riferimento a donne che morivano di fame con la bocca verde. Ora i ricercatori del Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense di Medicina Legale del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università Ca’ Granda hanno provato che l’erba con cui queste donne cercavano di nutrirsi era proprio l’equiseto.