di Camilla Baresani
Ci sono luoghi che non muoiono mai davvero: restano in attesa. L’abbazia di Chiaravalle, alle porte di Milano, è uno di questi. Immersa nella pianura, con la sua torre che sembra un dito alzato verso il cielo e i campi intorno che cambiano colore con le stagioni, Chiaravalle ha attraversato secoli di storia fino a diventare, per 154 anni, un brandello di storia caduta nel dimenticatoio.
Chi le ha restituito la vocazione originaria è stato il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster.
Era nato nel 1880 a Roma, figlio di un sarto bavarese che lavorava per la corte pontificia. Da monaco benedettino, divenne abate di San Paolo fuori le mura, sinché, nel 1929, papa Pio XI lo fece cardinale e lo nominò arcivescovo metropolita di Milano. Schuster è stato una figura di grande spessore morale: nel 1938 condannò le leggi razziali fasciste, fu estremamente attivo come mediatore durante le ultime fasi della RSI, e, tra i tanti episodi di cui fu protagonista durante i tragici anni della guerra e dell’occupazione tedesca, riuscì anche a salvare la vita di Indro Montanelli, ottenendo di far sospendere la sua esecuzione quando, nel ’44, era incarcerato a San Vittore. Un celebre film di Carlo Lizzani, Mussolini ultimo atto, vede Schuster interpretato dalla star hollywoodiana Henry Fonda.
Finita la guerra, il cardinale, oltre a dedicarsi alla scrittura liturgica, alle pastorali, alla ricostruzione morale e sociale di Milano, alla creazione di nuove parrocchie (un centinaio) pensò anche di ridar vita a due monasteri con un grande passato dietro le spalle. L’abbazia di Viboldone e soprattutto il monastero di Chiaravalle. Dopo la soppressione napoleonica degli ordini religiosi, l’abbazia cistercense aveva perso ciò che la definiva, ossia la sua comunità monastica. I monaci se ne erano andati, gli spazi erano stati svuotati e il complesso era entrato in una lunga stagione di sopravvivenza senza vocazione.
Chiaravalle era diventata un banale contenitore: magazzino agricolo, cascina, luogo di passaggio. Le sue architetture straordinarie – la torre nolare, il chiostro, la chiesa – restavano visibili, ma svuotate di senso.
Così, nel 1952, Schuster decise di riconciliare Milano con le proprie radici monastiche e agricole. Chiaravalle, non doveva più rappresentare solo un’importante testimonianza di gotico cistercense, ma bisognava che tornasse a essere un organismo vivo, popolato da quei monaci cistercensi che potevano restituire al luogo l’ora et labora per cui era stato fondato nel 1135 da Bernardo di Clairvaux.
Ricapitoliamo: nel 1798, la Repubblica Cisalpina aveva decretato la soppressione degli ordini monastici. Allontanati i monaci e venduti i beni del monastero, il dormitorio, i chiostri e molti edifici erano caduti in decadenza e parzialmente demoliti. La chiesa si era salvata dalla distruzione totale solo perché era divenuta parrocchia del borgo di Chiaravalle, popolato da famiglie rurali che nel passato avevano vissuto collaborando con i monaci nella gestione agricola delle terre dell’abbazia.
Per ottenere dopo un secolo e mezzo il ripristino della funzione originaria del monastero, Schuster dovette accordarsi con la Soprintendenza e con gli enti pubblici, che già dal 1894 aveva iniziato i restauri del complesso monastico. Si trattava di non pensare più solo al recupero del patrimonio artistico, ma a un restauro funzionale, affinché i monaci potessero tornare a usare il complesso e le terre adiacenti. Nella progettazione fu coinvolto un architetto, restauratore e archeologo di gran reputazione (oggi lo diremmo un’archistar), il milanese Ferdinando Reggiori. Tra gli anni ’50 e ’70, progressivamente, la struttura venne restituita a un uso funzionale legato alla vita comunitaria. I monaci poterono così tornare a integrare la preghiera corale e la vita contemplativa nel solco della Regola di san Benedetto. Ripresero così le attività legate al lavoro agricolo e al supporto spirituale del territorio. La comunità cistercense richiamata a Chiaravalle faceva parte dell’Ordine Cistercense delle Famiglie del Dialogo (o Congregazione di San Bernardo in Italia) e, nello specifico, i monaci provenivano dal monastero di Casamari, vicino a Frosinone.
Per guidare la rinascita, Schuster affidò la comunità a padre Giovanni Maria Rosavini, nominandolo abate. Era però abate della Congregazione di San Bernardo, non specificamente del monastero di Chiaravalle, cosa che avrebbe potuto essere solo se l’abate del monastero fosse stato eletto direttamente dalla comunità dei monaci, il che era impossibile dato che la comunità era in corso di ricostruzione. Rosavini ebbe dunque il compito di amministrare il complesso monumentale, ma anche di ricrearvi la vita monastica: preghiera corale, lavoro agricolo, studio, ospitalità. In altre parole, si impegnò a restituire a Chiaravalle la forma interiore per cui era stata costruita nel XII secolo.
Fu prescelto dal cardinale Schuster anche perché era un abate costruttore, “dedito alla preghiera e gran lavoratore, con zappa in mano” (così, anni più tardi, venne descritto dai confratelli). Rosavini era già stato inviato a riaprire e ristrutturare un monastero in rovina, a Poblet, in Spagna. Ci era rimasto per 10 anni, lasciandovi una comunità tornata fiorente. Poi venne appunto destinato a Chiaravalle milanese e infine, ormai 75enne, lasciò l’abbazia dove ormai viveva una comunità di 50 monaci, perché inviato nelle Marche a ridar vita al monastero cistercense di Chiaravalle di Fiastra, chiuso da ben 361 anni. Fiastra era stata fondata nel 1142 proprio dai monaci provenienti da Chiaravalle milanese, utilizzando il materiale tratto dalle rovine dell’adiacente città romana di Urbs Salvia, distrutta da Alarico all’inizio del Quattrocento.
Torniamo al 1952: Rosavini guidò la ricostruzione materiale e spirituale di Chiaravalle. Dopo un secolo e mezzo di usi impropri – era stata anche caserma – si procedette ai restauri del chiostro, della chiesa e degli edifici agricoli, con il supporto della Soprintendenza ai Monumenti di Milano e con il sostegno di benefattori privati, tra cui, fondamentale, il banchiere Raffaele Mattioli. Rosavini riattivò la tradizione agricola e produttiva, tipica delle abbazie cistercensi, e Chiaravalle tornò anche a essere un centro di accoglienza spirituale, e soprattutto una presenza viva e riconosciuta nel suo territorio.
Il cardinale Schuster non fece in tempo a vedere il completamento della rinascita dell’abbazia, perché morì due anni più tardi, nel 1954.
Infine, a completamento del ciclo di rinascita, nel 2017 la comunità di Chiaravalle, che oggi è composta da una ventina di monaci, ha potuto eleggere direttamente il proprio abate, Padre Stefano Zanolini. Era la prima volta da oltre 2 secoli. Oggi, grazie all’iniziativa del cardinale Schuster, nel monastero continua la tradizione millenaria del monachesimo cistercense. Oltre alla liturgia quotidiana, l’impegno pastorale si struttura nell’accoglienza, nella valorizzazione agricola del territorio, nell’apertura alla città. Le strutture restaurate e gli spazi di Chiaravalle ospitano attività – come visite guidate e la bottega di prodotti monastici – che mantengono vivo il rapporto tra spiritualità e vita quotidiana.

