Il benefattore segreto

di Camilla Baresani

Giuseppe Verdi non amava essere ringraziato. Non amava neppure che si divulgassero le sue attività filantropiche. Esercitò la propria coscienza civica e responsabilità morale in silenzio, per tutta la vita, come un dovere naturale, mai come una virtù da esibire. Un caso pressoché unico nella storia della musica.

Per decenni, in silenzio, Verdi aiutò musicisti caduti in miseria e famiglie contadine. Per quanto riguarda i musicisti, il tramite era Giulio Ricordi, suo editore e fiduciario, dispensiere discreto di una beneficenza che non lasciava tracce pubbliche: nomi di cantanti, strumentisti, orfani, vedove venivano segnalati nel loro scambio epistolare, e poi selezionati. Verdi non aiutava “in generale”, aiutava persone precise. Anche quando non le stimava. In una lettera annota che il compositore Errico Petrella e il cantante e musicista Luigi Dall’Argine sono in difficoltà per la loro vita dissoluta. Li aiuterà lo stesso, perché Verdi non riteneva che la fragilità caratteriale fosse una colpa.

Quando il librettista Francesco Maria Piave si ammala gravemente, Verdi si preoccupa non solo del suo sostentamento, ma anche del rapporto con la figlia, ancora bambina. Invece di mandarla in collegio, come usava, decide di garantire un vitalizio che permetta loro di restare insieme. È una filantropia domestica, affettiva, profondamente moderna.

Solo a ottant’anni Verdi accetta di dare forma pubblica a ciò che aveva sempre fatto in privato: finanzia la Casa di Riposo per Musicisti, quella che tutti oggi chiamano Casa Verdi. La immagina per “coloro che da giovani non ebbero l’arte del risparmio”, in un’epoca in cui non esistevano pensioni per gli artisti. Compra un terreno a Milano e affida il progetto a Camillo Boito, il più autorevole architetto eclettico del tempo.

Non vuole però che la Casa apra mentre è in vita perché non sopporta l’idea di essere ringraziato. Per questo stabilisce che entri in funzione solo dopo la sua morte.

A garantirne la sopravvivenza penserà con lucidità impressionante. Destina alla Casa i diritti d’autore delle sue opere – allora validi sessant’anni, oggi settanta – che valgono sei volte il necessario per coprire un anno di spese. Il consiglio di amministrazione, seguendo il suo esempio, investe quel denaro con intelligenza: attorno alla Casa nasce un intero quartiere, un quadrilatero di edifici, che oggi è costituito da negozi e da 120 appartamenti. Verdi è stato un benefattore straordinario, ma anche un amministratore di rara competenza.

Durante i lavori, Verdi si affeziona profondamente alla Casa e chiede di esservi sepolto. Quando muore, nel 1901, la cripta non è ancora pronta. Così, la salma viene tumulata provvisoriamente al Cimitero Monumentale di Milano. Al momento della morte, Verdi era il quarto contribuente italiano, ma nel suo testamento aveva chiesto un funerale di terza classe. Tuttavia, non sarà possibile accogliere la sua richiesta minimalista. Durante il trasferimento definitivo delle spoglie dal Monumentale a Casa Verdi, oltre 300 mila persone si assieperanno lungo il percorso, aggrappandosi persino alle inferriate, in un silenzio totale, così diverso dalla nostra epoca in cui durante i funerali scoppiano gli applausi. D’Annunzio scriverà, per definire Verdi: «Pianse ed amò per tutti».

Nella cripta, decorata grazie alla generosità della cantante Teresa Stolz, che commissiona le decorazioni ai mosaicisti di Murano, Giuseppe Verdi e la moglie Giuseppina Strepponi riposano uno accanto all’altra.

Casa Verdi è rimasta fedele al suo spirito. In oltre un secolo ha aiutato più di 1.100 musicisti. Al fondatore si sono uniti altri benefattori. Dapprima furono uomini di cultura, poi si è unita la società civile: industriali, sindacati, associazioni professionali. Una donazione particolarmente generosa – equivalente a circa cinque milioni di euro attuali – venne da Wanda Toscanini, figlia di Arturo e da suo marito, il celebre pianista Vladimir Horowitz. Oggi a Casa Verdi vivono circa cinquanta persone, soprattutto donne, spesso centenarie. C’è anche una piccola RSA, sempre piena. La musica, qui, sembra davvero allungare la vita.

A Casa Verdi si entra quando si è ancora in buona salute, dai 65 anni in su. Bisogna dimostrare di aver lavorato tutta la vita come musicisti: orchestrali, cantanti, insegnanti, talvolta pianisti di piano bar. Ci sono state eccezioni – registi d’opera, ballerini, scenografi –, e si può entrare in coppia anche se uno dei due non è musicista. Attualmente, per esempio, ci vive una coppia giapponese: il marito è stato violinista dell’Orchestra della Scala. Dal Giappone, tra l’altro, arrivano esperti di welfare per studiare un modello che non ha eguali al mondo.

La Casa è viva: sale prova, masterclass, concerti, pet therapy, animazione quotidiana nella Sala Toscanini. Nella parte museale, visitata da turisti e scolaresche, sono esposti grammofoni, spinette, lettere (Verdi ne ha scritte circa 25 mila), il suo pianoforte.

Oltre al sublime talento musicale e compositivo, alla straordinaria capacità di lavoro, all’impegno filantropico, alle notevoli capacità amministrative, Verdi aveva anche un altro dono, un côté agricolo cui si dedicò per buona parte della vita. Bisogna uscire da Milano e arrivare alla villa e tenuta di Sant’Agata, a Villanova sull’Arda, nella zona di produzione del Grana Padano DOP. Qui, su 350 biolche di terra, a partire dal 1857 Verdi si esercita con la stessa serietà con cui compone: mele, pere, limoni nel giardino, rose bianche importate in molte varietà, persino i cachi dalla Francia. È un agronomo appassionato, quasi ossessivo. Giuseppina Strepponi scrive: «Il suo amore per la campagna è divenuto mania, follia, rabbia». Si alza all’alba per controllare grano, mais, vigna, stalle, caseificio.

Da agricoltore nasce anche un’altra opera filantropica: l’ospedale di Villanova sull’Arda. Quando un suo contadino si sente male e muore perché impiega troppo tempo per raggiungere l’ospedale di Piacenza, Verdi resta sconvolto e decide di costruirne uno vicino a casa. La stessa logica concreta, radicata nella terra, guida tutta la sua vita.

Forse è per questo che Verdi è stato così amato. Perché nelle sue opere non ci sono solo re ed eroi, ma popoli oppressi, figure scomode, umanissime. Perché la sua musica ha accompagnato il Risorgimento e contribuito a formare una coscienza civile: l’Italia unita dei tre Giuseppe – Mazzini, Garibaldi e Verdi – sotto lo sguardo vigile di Cavour. Lo Shakespeare della musica, ma anche qualcosa di più raro: un uomo che ha saputo prendersi cura degli altri, e vi si è dedicato con lo stesso impegno che metteva in ognuna delle sue tante passioni.