di Camilla Baresani
La storia edilizia dell’abbazia di Chiaravalle (della costruzione, delle aggiunte, degli abbellimenti, dei restauri) ha ormai quasi 900 anni. Prima delle devastazioni del XIX secolo, dovute alla soppressione napoleonica della comunità monastica cistercense avvenuta nel 1798, Chiaravalle aveva attraversato altri periodi difficili, mai però altrettanto distruttivi. Per la prima volta dalla fondazione nel 1135, i decreti della Repubblica Cisalpina che abolivano gli ordini religiosi contemplativi e ne incameravano i beni scacciarono i monaci, dispersero i libri, causarono la vendita dei terreni, assegnarono gli edifici del complesso cenobitico a usi civili.
Anche il XV secolo era stato difficile, per via dell’instabilità politica milanese e dei conflitti bellici. Il passaggio di potere dalla dinastia dei Visconti a quella degli Sforza, e la perdita di autonomia economica dovuta al controllo di abati commendatari esterni (stabilita con bolla papale del 1442) avevano determinato una notevole decadenza spirituale e materiale, e anche una trasformazione del territorio, con il passaggio da azienda agricola monastica (grangia) a comune villaggio agricolo. Nonostante questo, il XV secolo si era chiuso con l’intervento di Ascanio Sforza che, divenuto abate commendatario di Chiaravalle, si era impegnato in una consistente opera di restauro, abbellimento e ammodernamento della struttura dell’abbazia. Aveva fatto intervenire un suo protetto, Donato Bramante, che per Chiaravalle dipinse il “Cristo alla colonna”, capolavoro che dal 1915 è parte della collezione della Pinacoteca di Brera (fu spostato a Brera per i pericoli rappresentati dall’ingresso dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale). Bramante e la sua scuola si dedicarono anche al rifacimento della sala del capitolo, con decorazioni a graffito di cui oggi rimangono purtroppo solo parti delle incisioni poste sulla parete nord, preziose anche perché documentano l’aspetto architettonico e urbanistico della Milano di fine Quattrocento. Per esempio, la svettante Torre del Filarete, che si trova davanti all’ingresso principale del Castello Sforzesco di Milano e venne distrutta da un’ esplosione nel 1521, è stata ricostruita tra il 1901 e il 1905, su progetto dell’architetto Luca Beltrami (di cui vi riparleremo tra qualche paragrafo), proprio copiandone la forma incisa a graffito nella sala del capitolo di Chiaravalle. Sempre a Bramante e alla sua cerchia è attribuita la progettazione di un grande chiostro in direzione sud est, che però fu sventrato a metà Ottocento per farvi passare la ferrovia Milano-Pavia-Genova. Ad Ascanio Sforza nel 1503 subentrò, quale abate commendatario, un suo nemico: Giuliano della Rovere. Fortunatamente, anziché incamerare i proventi del lavoro agricolo monastico come avevano fatto i predecessori di Ascanio, ordinò di rinforzare le mura e le strutture dell’abbazia in funzione difensiva, affinché spagnoli e francesi che si contendevano il territorio di Milano non potessero saccheggiarla. Giuliano della Rovere, che poi diverrà Papa Giulio II, uno dei più grandi mecenati del Rinascimento (cui dobbiamo la ricostruzione di San Pietro e il rifacimento delle Stanze Vaticane, con le opere di Bramante, Michelangelo, Raffaello), volle anche la costruzione della torre di controllo all’ingresso del complesso abbaziale.
Torniamo però ai disastri ottocenteschi. Quando il complesso monastico di Chiaravalle milanese comincia a perdere pezzi del proprio corpo, non è ancora una rovina romantica, né un monumento da cartolina. Diventa invece un luogo svuotato, riutilizzato, adattato. Un organismo sopravvissuto alla propria funzione. Chiaravalle si trasforma in cascina, deposito, luogo agricolo abitato da famiglie di contadini che occupano celle, refettori, ambienti monastici adattandoli a una vita di sussistenza. La chiesa abbaziale resta in piedi e continua a funzionare come parrocchia del villaggio di Bagnolo, ma tutto intorno il grande organismo cistercense si sfilaccia. Non per incuria ma per necessità. È il destino di molti complessi monastici europei dopo la Rivoluzione francese: sopravvivere, anche a costo di snaturarsi. Se oggi visitate il mulino dell’abbazia, potrete vedere fotografie che, nel 1949, ritraggono le famiglie rurali residenti nel complesso abbaziale, in posa sotto lo stemma del sole visconteo. La ferita più grave arrivò nel 1861, in un’Italia appena unita e lanciata verso la modernità. Quell’anno fu deciso il tracciato della linea ferroviaria Milano–Pavia–Genova, infrastruttura strategica per il nuovo Stato. La decisione era il risultato di scelte tecniche e politiche condivise tra amministrazioni pubbliche e società ferroviarie dell’epoca – in particolare l’erede delle Strade Ferrate Lombardo-Venete. Il criterio fu quello dominante nel XIX secolo: la rettilineità del tracciato, la riduzione dei costi, la funzionalità. Il patrimonio storico non era ancora una variabile decisiva. Così, la ferrovia passò dove era più semplice farla passare, cioè dove si trovava il grande chiostro voluto da Giuliano della Rovere come ampliamento monumentale del complesso medievale. Venne demolito quasi interamente, nonostante fosse attribuito alla cerchia del Bramante: non smontato e spostato come si potrebbe farebbe oggi.
A fine Ottocento, tuttavia, iniziò a cambiare la temperie culturale, con idee nuove relative al recupero dei monumenti: andavano salvati non per consentirne il riuso, ma per ridare loro il valore originario. Ed ecco che nel 1894 arriva l’intervento dello Stato e l’abbazia viene acquisita dall’amministrazione pubblica e affidata all’Ufficio per la Conservazione dei Monumenti, uno dei primi organismi italiani di tutela. Inizia così la stagione del restauro, affidata a figure centrali della cultura architettonica milanese: Luca Beltrami (l’abbiamo citato a proposito della ricostruzione della Torre del Filarete sulla scorta dei graffiti bramanteschi della sala capitolare) e Gaetano Moretti. Nel 1905 Moretti si occupò del restauro dei 62 metri della torre nolare (ciribiciaccola), opera trecentesca di Francesco Pecorari. Il restauro rimosse le superfetazioni e le loggette sovrapposte aggiunte nel XVII secolo, ripristinando l’aspetto medievale originale. Nel 1926 si passò al ripristino della facciata dell’abbazia, anche qui con eliminazione di aggiunte barocche. Dunque, il ritorno alla severità romanico-cistercense, che oggi ci appare naturale, in realtà fu il frutto di una precisa scelta culturale, quella di ricostruire Chiaravalle non com’era diventata ma reinterpretandola come monumento. Tra il 1945 e il 1954 ci furono ulteriori restauri, come la ricollocazione del coro ligneo nella navata centrale. Nel periodo dal 1952 al ’54 si riuscì a ultimare il piano novennale dei restauri, che era la condizione necessaria al rientro dei monaci. Restauri improntati alla cultura del tempo: eliminazione delle aggiunte considerate spurie, recupero dell’immagine originaria, valorizzazione delle strutture medievali in laterizio. Oltre che sulla torre nolare e sulla facciata della chiesa abbaziale, gli interventi riguardarono murature e coperture, gli equilibri statici di edifici che avevano sofferto secoli di adattamenti.
Nel 1952, il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster ristabilì con decreto arcivescovile la comunità monastica, chiamando i monaci cistercensi dalla abbazia di Casamari. Gli interventi pre-1952 sono importanti perché mostrano che l’abbazia non era stata abbandonata prima del ritorno dei monaci, ma era già oggetto di conservazione e restauro commissionato da istituzioni pubbliche e sovrintendenze. Il ritorno della comunità fu quindi possibile anche grazie a queste condizioni migliorate. Dopo il ritorno dei monaci, l’opera di restauro non si fermò. Il banchiere Raffaele Mattioli, presidente della Banca Commerciale Italiana, contribuì significativamente alla prosecuzione dei lavori. A Ferdinando Reggiori, un altro architetto che ha lasciato un segno nel recupero e nella conservazione dei beni culturali durante gli anni Cinquanta e Sessanta, fu dato l’incarico di ricostruire la sala del capitolo e di ripristinare il lato sud del chiostro.
Arriviamo infine al XXI secolo. Dopo Mattioli, il testimone è passato al Consorzio Grana Padano che ha scelto di dedicarsi all’abbazia dove nel 1135 i monaci crearono il progenitore del formaggio grana. Il Consorzio, con il supporto di fondi pubblici, ha contribuito ai nuovi interventi di consolidamento della torre nolare di Chiaravalle, necessari dopo quelli del 1905. Il progetto è stato affidato all’ingegner Lorenzo Jurina. Terminati i lavori nel 2024, la Fondazione Grana Padano, che supporta la comunità monastica nella ricerca di risorse tramite l’iniziativa “Intrecci”, si è impegnata a reperire i fondi per la manutenzione e il ripristino della copertura abbaziale. Il Consorzio Grana Padano e la Fondazione Monte di Lombardia stanno inoltre portando a termine i lavori di restauro della torre cinquecentesca voluta da Giuliano della Rovere. Oltre alla torre, verranno riqualificati il cortile e il giardino. Distruzione ottocentesca, restauro, rinascita monastica: Chiaravalle è il risultato di una serie di stratificazioni. È un luogo che ha conosciuto l’abbandono, l’uso improprio, la violenza della modernità del nuovo Stato unitario, infine una rinascita. E forse è proprio per questo che oggi, entrando, non si ha la sensazione di un monumento imbalsamato, ma di un organismo vivente benché fuori dal tempo.


